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Sport 9 luglio 2026 · 5 min di lettura

La pesante eredità di Vittori e Mennea: come un metodo costruito attorno a un caso anomalo ha frenato lo sprint italiano

Questo articolo probabilmente non piacerà a tutti. Ma dopo anni di pista, parecchie scelte di allenamento sbagliate e una conversazione che mi ha cambiato la carriera, penso sia arrivato il momento di dirlo chiaramente: il metodo Vittori-Mennea, applicato in modo acritico a generazioni di velocisti che non erano Mennea, ha fatto più male che bene allo sprint italiano. Non per la cattiva fede di qualcuno. Per un errore metodologico di fondo, propagato per decenni.

Vittori e Mennea.

Un fenomeno, non un metodo

Carlo Vittori è stato un allenatore straordinario e Pietro Mennea un atleta completamente fuori scala. Su questo non c’è discussione. Il problema non è la coppia Vittori-Mennea in sé, ma quello che è successo dopo: quel programma di allenamento, pensato per un atleta con una capacità di recupero e una tolleranza al carico fuori da ogni norma, è stato applicato tale e quale ad atleti normali, con un sistema neuromuscolare e una capacità di recupero che non avevano nulla a che fare con i suoi.

Mennea si allenava a volumi altissimi e intensità medio-alta, su un numero enorme di ripetizioni, giorno dopo giorno, praticamente senza sosta durante tutto l’anno. Riusciva a reggere quel carico perché era, semplicemente, un’anomalia biologica e mentale. Il problema è che il metodo è stato codificato, insegnato, esportato… e così migliaia di allenatori in tutta Italia hanno iniziato a prescriverlo ad atleti che non avevano niente di Mennea tranne il desiderio di diventare come lui.

Il risultato prevedibile: o ti infortunavi, perché il volume accumulato superava di gran lunga la capacità di recupero del tuo organismo, oppure scivolavi nel sovrallenamento, perché la quantità aveva completamente scalzato la qualità nella progettazione della seduta.

L’errore concettuale: allenare l’atleta sbagliato

Il vero problema non è “troppo volume” in astratto. È che un modello di allenamento, pensato per un singolo fenotipo con una capacità di recupero eccezionale e una tolleranza fuori scala alla fatica accumulata, è stato generalizzato come se fosse un principio universale dell’allenamento per lo sprint. La caratteristica di un singolo caso anomalo è stata scambiata per un principio metodologico trasferibile.

E lo sprint, per sua stessa natura, è la disciplina in cui questo errore fa più danni. La prestazione richiede l’espressione della massima potenza in uno sforzo unico, non la tolleranza a sforzi sub-massimali ripetuti. Un modello ad alto volume e intensità medio-alta allena esattamente la qualità sbagliata: la resistenza alla fatica accumulata, non la potenza di picco. Non è un “allenamento specifico”.

La seduta che mi ha aperto gli occhi

Ricordo ancora nel dettaglio la seduta che mi ha fatto capire l’errore in cui ero caduto: 60, 80, 100, 150 metri, con 10-15 minuti di recupero tra una ripetizione e l’altra. Non avevo mai fatto una seduta strutturata in questo modo: tempi di recupero enormi, pochissime ripetizioni, ognuna alla massima intensità possibile.

Quello che mi ha colpito non è stato il tempo assoluto. È stato che, ripetizione dopo ripetizione, perdevo terreno. Non riuscivo a mantenere la stessa qualità di prestazione dalla prima all’ultima ripetizione, nonostante il recupero completo. Era la prova evidente che il mio organismo non era abituato a esprimere la massima potenza in modo isolato e ripetuto, ma era abituato a “gestire” carichi sub-massimali accumulati.

Quel giorno ho capito che ero diventato molto bravo in qualcosa di inutile in una gara vera.

La conversazione con Jacques Riparelli

La persona che mi ha davvero spiegato il “perché” dietro quella seduta è stata Jacques Riparelli. Ricordo ancora quella conversazione. Per me, all’epoca, era una leggenda, uno dei protagonisti dello sprint italiano, e il fatto che si sia preso il tempo di scendere al mio livello e spiegarmi con calma i principi dell’allenamento per lo sprint è una cosa che mi porto dietro ancora oggi.

Il concetto, ridotto all’osso, è questo: nello sprint la qualità viene prima della quantità. Non ripetizioni sub-massimali ad alto volume, ma sforzi massimali a volume bassissimo, con recupero completo tra un tentativo e l’altro. Esattamente l’opposto della logica con cui ero cresciuto.

Da quel momento il modo in cui mi allenavo è cambiato radicalmente, e con esso i miei risultati. Sono passato dall’essere uno dei più deboli in fase di accelerazione a uno dei più forti, fino ad arrivare alle finali nazionali sui 60 metri, una distanza in cui non avrei mai immaginato di poter competere a livello nazionale.

PLACEHOLDER: foto personale a una finale nazionale dei 60m, partenza o momento di gara

Un cambiamento già in corso

La buona notizia è che le cose stanno cambiando, anche se lentamente. Il modello ad alto volume, erede diretto dell’era Vittori-Mennea, sta lentamente tramontando a favore di un allenamento più moderno e scientifico, costruito sulla specificità individuale e non sulla copia di un programma pensato per un atleta irripetibile.

Persone come Jacques Riparelli, protagonisti dello sprint italiano nel decennio 2010-2020, hanno avuto un ruolo centrale in questo cambio di paradigma: meno volume, più qualità, allenamento calibrato sulla reale capacità di recupero dell’atleta invece che sulla capacità fuori scala di un fenomeno irripetibile.

La lezione, per chi allena oggi

Se c’è un principio che porto a casa da questa esperienza è questo: nessun metodo, per quanto straordinari siano stati i risultati che ha prodotto, è automaticamente trasferibile a un altro atleta. Un programma di allenamento non andrebbe copiato da un campione, ma costruito attorno alla capacità di recupero, al profilo neuromuscolare e alle esigenze specifiche dell’atleta che si ha davanti.

Il dono di un talento generazionale non è il volume che riesce a reggere. È tutto il resto. Confondere le due cose probabilmente ha frenato più di una generazione di velocisti italiani, e non voglio che freni anche la prossima.

Lodovico Cortelazzo

Lodovico Cortelazzo

Ex atleta della nazionale. Scienze motorie e ingegneria. Sto costruendo ODKI.

Quindici anni di allenamento, otto a livello nazionale, mi danno uno sguardo specifico su cosa fa davvero la tecnologia sportiva rispetto a cosa promette. Unisco questo a esperienza pratica di ingegneria e prodotto costruendo ODKI, per capire non solo come costruire sport-tech, ma cosa vale davvero la pena costruire. Se stai lavorando a qualcosa in questo ambito e vuoi questo punto di vista, scrivimi.

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